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La posta di Isa

“Chi è Isa? Isa è una che ce l’ha fatta.” Queste sono le parole con cui vengo presentata dai miei amici alle persone che ancora non mi conoscono.

Ma cosa significa “una che ce l’ha fatta”? E’ forse una persona che non ha più problemi?

Non voglio parlarvi di me, voglio invece raccontarvi un fatto che mi successe tanto tempo fa.

Erano gli anni novanta, e la mia prima figlia aveva poco meno di un anno, quando venne ricoverata all’ospedale per una brutta bronchite. Io ero già sieropositiva, ed ai tempi ancora i test sui neonati non erano all’avanguardia come lo sono ora: se un neonato nasceva sieropositivo, non restava altro che incrociare le dita ed attendere sperando che, col passare dei mesi, si sarebbe negativizzato. La mia bambina, quindi, venne ricoverata come paziente positiva all’HIV, e come tale, isolata.

Tutti gli altri bambini stavano in camere a quattro posti, e quando non erano costretti a letto, andavano tutti insieme a giocare in una grande sala adibita a ludoteca. Ovviamente mia figlia non aveva accesso a quel luogo.

C’era un’altra bambina che stava in isolamento, nell’ultima stanza in fondo al corridoio. Quella bambina (che chiameremo Aurora per convenzione) non era sieropositiva. Non c’era bisogno di chiedere quale fosse la sua patologia, perché l’aspetto emaciato, la testa calva, la mascherina che era costretta ad indossare in presenza di altre persone rivelavano, senza ombra di dubbio, che la bambina veniva periodicamente sottoposta a chemioterapia.

La incrociavo spesso nel bagno riservato ai genitori dei degenti perché, non appena i suoi si distraevano un attimo, si metteva la mascherina e sgattaiolava là dentro, dove c’era uno specchio grande ben illuminato, e lei poteva cercare nella sua immagine riflessa i segni della ricrescita dei capelli. Aurora aveva sette anni, e soffriva di una gravissima forma di leucemia. Da due anni la sua vita era diventata un calvario fatto di ospedali, punture lombari, visite specialistiche, a volte invasive e dolorose.

Aveva una sorellina di tre anni, Laura, che purtroppo era risultata non idonea a donare il midollo necessario a salvare la vita di Aurora.

Un giorno questa piccola bambina con i grandi occhi nocciola e la testa pelata, col viso celato dalla mascherina, approfittando dell’assenza dei genitori, entrò furtivamente nella stanza di mia figlia.

“Chiudi la porta, presto”, mi disse, “perché se mi vedono le infermiere mi sgridano. Non vogliono che io stia con gli altri bambini, perché loro hanno i microbi e possono attaccarmeli”. Poi guardò mia figlia e disse: “Anche lei non può giocare con gli altri. Io almeno ho una sorella che viene a trovarmi, ma lei… E’ vero che ha l’Aids? Fa male? ”

Io raggelai, ma lei non mi diede nemmeno il tempo di pensare ad una risposta da darle, perché continuò dicendo: “Se vuoi vengo io qui a giocare con lei, tanto io non ho paura di prendere l’Aids, perché fra poco devo morire.”

Non attese nemmeno la mia risposta (che non sarebbe comunque arrivata perché ero praticamente in stato di shock), si avvicinò alla culla di mia figlia ed iniziò a farle un sacco di versi. Poi le disse “Guarisci presto” e sparì così come era apparsa.

La mattina successiva trasferirono Aurora in oncologia, ed io non la rividi più.

Sentii ancora parlare di lei quando la città organizzò una grande raccolta di fondi per poter mandare la bambina in America, dove, forse, l’avrebbero guarita.

Un giorno, poi, conobbi lo zio di Aurora, e gli parlai di quell’episodio capitato in ospedale. Poi gli chiesi della nipote. Aurora era morta circa un mese dopo il suo ricovero nell’ospedale statunitense. Qualche giorno prima della sua fine aveva chiesto alla madre di portarle dei colori e dei fogli per disegnare. Dopo la sua morte la madre trovò nel comodino accanto al suo letto un disegno colorato, in cui erano ritratti papà, mamma, una piccola bambina bionda fra loro, il tutto iscritto in un cuore grande, rosso. Sotto c’erano poche parole, scritte con la calligrafia incerta di quella bimba pelata di otto anni, stremata dalla malattia, dalle cure, dal viaggio. Diceva: “mamma, non è colpa di Laura se non può darmi il midollo”.

Aurora era una bambina che ce l’aveva fatta. Certo, è morta, e non ha risolto i suoi problemi, ma ha vissuto ogni singolo minuto della sua piccola vita, e lo ha fatto con una maturità che non era della sua età, con una serenità che non è dei condannati a morte, o di chi sa, comunque, che la sua vita, di lì a poco, finirà.

Ho pensato a quella bambina perché era abissale la differenza fra lei, che entrava nel bagno a scrutare il suo cuoio capelluto, e me, che entravo in bagno con il beauty case che conteneva l’eroina, la siringa ed il cucchiaio. Fra lei che affrontava la morte con il sorriso sulle labbra, ed io che mi stonavo per poter vivere.

Adesso posso dire, con orgoglio, che sì, sono una che ce l’ha fatta, perché sono una tipa inguaiatissima e piena di problemi, ma oggi li affronto, e trovo anche il tempo di guardarmi in giro, e di vedere cose belle.

Sono sieropositiva, ok. C’è gente che ha il diabete e da anni deve scegliere fra la vita e la morte ogni volta che passa di fronte ad una pasticceria. E sceglie. C’è gente che deve fare la dialisi, e va avanti anni a farsi dissanguare da un braccio e trasfondere dall’altro il proprio sangue depurato da un macchinario. Ognuno ha i guai suoi, ed i suoi problemi. I propri sono sempre più gravi di quelli degli altri, ma basta guardarsi intorno per capire che non è così.

Quello che ho oggi fra le mani è la criniera di un cavallo selvaggio, la mia vita, che cerco di guidare dove voglio io. Certo, la bestia è focosa, e spesso si ribella e tenta di fare di testa sua, ma intanto mi porta in giro e, ad oggi, non è ancora riuscito a disarcionarmi.

Isabella.

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